Dazi USA-Cina, impatto sui trasporti
Crescono le difficoltà per operatori e imprese: flussi bloccati, margini ridotti e timori per l’economia globale.
La nuova escalation nella guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina sta avendo un impatto immediato sul commercio e sui trasporti internazionali. Con l’innalzamento dei dazi americani fino al 145% e la risposta cinese con tariffe al 125%, gli scambi tra le due sponde del Pacifico stanno progressivamente entrando in una fase di stallo.
Container fermi e magazzini pieni
In Cina, numerosi ordini provenienti dagli Stati Uniti sono stati cancellati, ma molti erano già stati spediti e ora si trovano bloccati nei porti, congestionando le banchine. Negli USA, invece, le imprese che non sono riuscite a fermare le spedizioni devono ora pagare i dazi, mettendo a rischio la sopravvivenza di molte piccole e medie imprese, con margini sempre più ridotti e una crescente difficoltà nel gestire le spese operative.
L’Asia Pacifico guida la ripresa
Secondo la National Retail Federation, le importazioni negli Stati Uniti potrebbero calare di almeno il 20% nella seconda metà del 2025. Le aziende avevano tentato di anticipare i dazi facendo scorte, ma questa strategia si sta rivelando insostenibile. Sul fronte macroeconomico, il Conference Board prevede una contrazione dell’economia statunitense dell’1,2% se i dazi resteranno in vigore per tutto l’anno, con un tasso di disoccupazione in aumento dal 4,2% al 4,7% e la perdita di oltre un milione di posti di lavoro.
Prime esenzioni e strategie future
L’11 aprile l’Amministrazione USA ha pubblicato un memorandum che esenta dai dazi alcune categorie di prodotti legati ai semiconduttori, già parzialmente esclusi da un provvedimento del 2 aprile. Tra i beni ora esclusi ci sono smartphone, computer, e componenti elettronici. I dazi già pagati tra il 5 e l’11 aprile su questi prodotti potranno essere rimborsati su richiesta.
Tuttavia, il 13 aprile è arrivato un nuovo annuncio: questi stessi prodotti potrebbero presto essere oggetto di ulteriori misure restrittive, con l’obiettivo di scoraggiarne la produzione all’estero e incentivarne il rientro negli Stati Uniti. Un segnale che la partita sui dazi è tutt’altro che chiusa.
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